La campagna bilanci 2026 segna un passaggio molto delicato per molte società di capitali. Per le perdite emerse nell’esercizio 2020 e “congelate” grazie alla disciplina emergenziale varata durante il Covid-19, il tempo è finito: se tali perdite non sono già state assorbite negli anni successivi, le società dovranno ora adottare i provvedimenti necessari per la loro copertura. La sospensione, infatti, non era una cancellazione del problema, ma soltanto un rinvio degli effetti civilistici più immediati.
Il punto nasce dall’articolo 6 del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23, poi riscritto dalla legge di Bilancio 2021, che ha previsto per le perdite emerse nell’esercizio in corso al 31 dicembre 2020 la possibilità di rinviare gli obblighi ordinari di riduzione del capitale e gli altri interventi civilistici al quinto esercizio successivo. In concreto, questo significa che le perdite 2020 dovevano essere riassorbite o coperte entro la chiusura dell’esercizio 2025, e il momento in cui la questione diventa inevitabile è proprio quello dei bilanci approvati nel 2026.
Cosa prevedeva la sospensione Covid delle perdite
Nel pieno dell’emergenza sanitaria, il legislatore aveva scelto di sterilizzare temporaneamente gli effetti delle perdite sul capitale sociale. L’obiettivo era chiaro: evitare che imprese colpite da una crisi eccezionale e improvvisa fossero costrette ad affrontare subito operazioni di ricapitalizzazione, riduzione del capitale o addirittura scioglimento. Per le perdite del 2020, gli obblighi previsti dagli articoli 2446, 2447, 2482-bis e 2482-ter del codice civile sono stati quindi sospesi, con rinvio della copertura entro il quinto esercizio successivo.
Questa norma è stata spesso letta in modo troppo indulgente. Molte imprese l’hanno interpretata quasi come una moratoria sostanziale. In realtà non lo era. Il legislatore non ha “perdonato” le perdite, ha soltanto concesso più tempo per assorbirle tramite utili futuri, utilizzo di riserve disponibili o interventi dei soci. La differenza è fondamentale, perché nel 2026 quel rinvio si trasforma in un nodo concreto di diritto societario e di tenuta patrimoniale.
Perché il 2026 è l’anno decisivo
Il meccanismo previsto dalla disciplina emergenziale fissava il termine finale al quinto esercizio successivo rispetto a quello in cui la perdita era emersa. Per le perdite 2020, dunque, il quinquennio si chiude con l’esercizio 2025. Se alla data di chiusura di quell’esercizio la perdita non risulta ancora coperta, con la successiva approvazione del bilancio tornano pienamente operativi gli obblighi ordinari previsti dal codice civile. È per questo che la campagna bilanci 2026 non è una formalità: è il momento in cui si verifica se la società ha davvero recuperato l’equilibrio patrimoniale o se deve intervenire senza ulteriori rinvii.
Questo passaggio riguarda in particolare le società che, negli anni successivi al 2020, non sono riuscite a generare utili sufficienti oppure non hanno effettuato versamenti o operazioni straordinarie di rafforzamento patrimoniale. Per queste realtà, il bilancio 2025 approvato nel 2026 può diventare il documento che certifica la necessità di una decisione immediata da parte dei soci.
Quali provvedimenti possono essere necessari
Se la perdita sospesa del 2020 non è stata ancora coperta, la società deve assumere i provvedimenti previsti dalla disciplina ordinaria. In termini pratici, questo può tradursi in diverse soluzioni: copertura mediante utili portati a nuovo o conseguiti nell’esercizio, utilizzo di riserve disponibili, versamenti in conto capitale o a copertura perdite da parte dei soci, riduzione del capitale sociale, aumento del capitale oppure, nei casi più gravi, adozione delle determinazioni richieste quando il capitale scende sotto il minimo legale.
Qui conviene essere molto netti: non esiste una risposta unica valida per tutte le società. La misura corretta dipende dalla struttura patrimoniale dell’impresa, dall’ammontare residuo della perdita, dalla presenza di riserve distribuibili o utilizzabili, dalla disponibilità dei soci a intervenire e dalla prospettiva di continuità aziendale. Ridurre tutto a una formula standard sarebbe sbagliato. Anzi, pericoloso. Un bilancio si approva in assemblea, ma una perdita si governa con una strategia patrimoniale.
Gli obblighi informativi non erano un dettaglio
Durante il periodo di sospensione, la normativa imponeva anche un preciso obbligo di trasparenza: le perdite emerse nell’esercizio in corso al 31 dicembre 2020 dovevano essere indicate distintamente nella nota integrativa, con appositi prospetti che ne illustrassero origine e movimentazioni intervenute nei vari esercizi. Questo significa che la perdita “sospesa” non poteva essere nascosta sotto il tappeto, ma doveva restare leggibile per soci, creditori e terzi.
Questo profilo è spesso sottovalutato, ma in realtà è centrale. La trasparenza informativa serve a consentire una lettura reale dello stato di salute della società. Se per anni una perdita è rimasta congelata solo negli effetti, ma non nell’evidenza contabile, il 2026 è anche l’anno in cui si misura la qualità della gestione compiuta nel frattempo. Una perdita sospesa che non è stata affrontata segnala non solo una fragilità economica, ma talvolta anche un rinvio delle decisioni. E rinviare, in materia di capitale, è quasi sempre una scelta che presenta un conto più avanti.
Cosa succede se la società non interviene
Se al termine del periodo di sospensione la perdita non è stata coperta, tornano ad applicarsi le regole ordinarie del codice civile. Questo comporta, a seconda dei casi, la necessità di convocare l’assemblea per gli opportuni provvedimenti e di deliberare la riduzione del capitale o gli altri interventi richiesti dalla legge. Nei casi in cui, per effetto della perdita, il capitale sia sceso al di sotto del minimo legale, il tema diventa ancora più sensibile, perché si entra nell’area delle decisioni indispensabili per la prosecuzione dell’attività in forma societaria.
Il punto vero è che il 2026 chiude la stagione dell’alibi pandemico, almeno per le perdite 2020. Da qui in avanti non si potrà più dire che manca il tempo concesso dal legislatore emergenziale. La protezione è finita. Resta la realtà patrimoniale della società, che va letta e affrontata per quella che è.
Una lettura più ampia: non è solo un adempimento
C’è anche un secondo livello di lettura, più strategico. La copertura delle perdite 2020 non è solo un passaggio tecnico di bilancio. È un test sulla capacità dell’impresa di aver davvero superato la crisi. Le società che in questi anni hanno recuperato marginalità, rafforzato il patrimonio o rimesso in ordine la struttura finanziaria affronteranno questo passaggio come una chiusura fisiologica di una fase eccezionale. Le altre, invece, rischiano di scoprire nel 2026 che la ferita del 2020 non era mai stata davvero rimarginata.
Ed è qui che il tema diventa quasi politico, oltre che contabile. Le norme emergenziali hanno salvato molte imprese da una crisi immediata. Ma una norma può rinviare l’effetto giuridico di una perdita, non può trasformare una debolezza strutturale in solidità. Chi arriva oggi alla campagna bilanci 2026 senza aver risolto il problema patrimoniale deve leggere con onestà il proprio bilancio: non come un documento da chiudere, ma come un segnale da interpretare.
In conclusione
Nella campagna bilanci 2026 le società che avevano sospeso le perdite emerse nel 2020 grazie alla disciplina Covid devono verificare se tali perdite siano state nel frattempo assorbite o coperte. Se ciò non è avvenuto, sarà necessario adottare i provvedimenti richiesti dalla disciplina ordinaria per il ripristino dell’equilibrio patrimoniale e del capitale sociale.
In altre parole, il 2026 non è l’anno della memoria del Covid. È l’anno del conto finale sulle perdite 2020.

